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  t-space studio s.n.c © 2019

Carta bianca 

Giulia Spreafico

a cura di Elena D'Angelo

6 aprile - 7 maggio 2016

 

inaugurazione mercoledì 6 aprile 2016 ore 18.00

 

Il 6 aprile 2016 t-space inaugura il suo programma espositivo con Carta Bianca, prima personale di Giulia

Spreafico, a cura di Elena D’Angelo. In mostra tre cicli di lavori rappresentativi di una ricerca durata due anni e

concentrata sulle esplorazioni dei ghiacci Antartici, sfide autoimposte al fine di raggiungere luoghi distinguibili

solo grazie ad un calcolo matematico.

 

Giulia Spreafico (Lecco, 1990) analizza lo scontro umano con la potentissima natura dell'estremo sud, si

concentra sui passi degli esploratori tra i ghiacci, sulle loro ostinate ricerche di un nulla dal nome grande.

La carta è bianca di neve, ma è anche bianca perché è inesplorata, in pochissimi hanno camminato tra quei

ghiacci, in ancora meno ne hanno raggiunto il centro. L’artista li spia, tra le pagine dei libri e dalle foto satellitari,

cercando le loro tracce nel freddo paesaggio.

 

Un punto muto (2014) è una variazione sulle fotografie dei primi esploratori; in esse gli iceberg si incontrano e le

coste si uniscono, legate da sottili ponti di fili neri. Gli stessi fili costruiscono le case di Momentaneamente al buio

(2015), fotografie satellitari su cui l’artista ricama dei rifugi, tentativo di trovare una dimensione personale in un

luogo meravigliosamente ostile. Ripercorsi (P.O.I.) (2016) insegue i passi di una delle ultime spedizioni in

Antartide che, nel 2007, ha spinto quattro avventurieri contemporanei fino al Polo dell'inaccessibilità (Pole Of

Inaccessibility), trascinati dal desiderio di un luogo che ha nome solo per una necessità teorica.

 

Carta bianca è anche la possibilità di un nuovo inizio. Giulia Spreafico è parte integrante di t-space, lo ha visto

nascere e nell’istante in cui il progetto è partito, è iniziata anche la pianificazione della sua mostra in un luogo

dove (ri)cominciare la ricerca, lo studio e il lavoro.

 

C’è un limite alla conoscenza, una voragine di incomprensione, un punto in cui non bastano i libri, le fotografie,

le spiegazioni o le storie. C’è uno spazio inspiegabile in cui non importa se Robert Falcon Scott ha raggiunto il

Polo Sud e dove non importa nemmeno se sia stato il primo. Lì fotografare a colori ha poco senso perché ogni

cosa è bianca e i pixel ripetuti di una schermata confondono le linee di una veduta dall’alto.

 

Il lavoro di Giulia Spreafico abita in quel luogo, si attacca ai piedi degli esploratori, viaggia aggrappato alle slitte

dei cani, sospeso da un aquilone, incastrato sotto il ghiaccio che ricopre una statua di Lenin. È un’opera che si

estende nel tempo, che attraversa un secolo di sforzi incomprensibili, ognuno concentrato al raggiungimento di

un polo, il frutto più remoto della percezione umana del mondo. A più di cento anni dalla sua scoperta il centro

dell’Antartide ha ancora lo stesso inebriante sapore di selvaggio, un oceano contratto, teso, aggrappato ad un

immenso continente che non è mai emerso. Quella distesa di ghiaccio rimane un desiderio assurdo, la violenta

misura di una difficoltà.

Giulia Spreafico è diplomata in Pittura presso l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo. Frequenta

attualmente il biennio specialistico di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Brera. Attraverso la fotografia

indaga il concetto di instabilità, di impossibilità di tracciare confini e definire qualcosa di certo all’interno del

confronto necessario con la realtà. Uno sguardo attento che molte volte si traduce in un intervento effimero, nel

tentativo constante di trovare il proprio luogo.